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"(...) sono ancora i monaci buddisti ad essere,con la pacifica determinazione che li contraddistingue,i protagonisti di un movimento per la libertà e i diritti umani.E loro a pagarne le più dolorose conseguenze" Veltroni 14/3/08
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ADESSO UNA ITALIA NUOVA. SI PUO' FARE.
Qui il programma integrale, qui la sintesi in slides



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Meglio minoranza, che maggioranze così:

Per non dimenticare mai, chi sta dall'altra parte..



Massimo rispetto, condivisione e sostegno


"Se anche una sola impronta, su una sola coscienza, fosse stata sufficiente a dare la vita un essere umano che rischiava di non nascere la sua dieta sarà stata qualcosa la cui preziosità è pari a quella della rarità di una rinascita umana. Da buddhista "devoto", la ringrazio per le sue riflessioni e per il suo impegno."
lettera pubblicata su IL FOGLIO 02/01/'08








Qui la petizione, GRAZIE A TUTTI comunque

 



Meglio di cento bozze Bianco...



Manifesto del Partito Democratico - bozza
In attesa della Magna Cartha..


IV e ultimo congresso Ds



http://www.congresso.margheritaonline.it


MY RELIGION IS LOVE AND COMPASSION
H.H XIV DALAI LAMA - qui una bella pagina su Repubblica 17/09/06



VEN.LAMA THAMTHOG RINPOCHE

www.gpling.org

VEG IS BETTER..






FREE TIBET -
PER RIPORTARE I DIRITTI UMANI, IN CIMA ALL'AGENDA GLOBALE



Da Orvieto il via al Partito democratico 
qui, i documenti e gli audiovisivi del seminario.

Pezzi di sostanza, in prospettiva...

Ma con un vecchio contenitore non avremo un partito nuovo

Il Riformista 19 ottobre 2006 -
di GIORGIO TONINI

(....)Ci vuole una spiegazione convincente della fragilità storica del nostro riformismo e una proposta capace di guardare e andare oltre questa tradizionale difficoltà. Ci vuole, in altre parole, un pensiero nuovo, che assuma la storia del nostro “riformismo difficile” come un vincolo col quale fare i conti, non un destino al quale rassegnarsi. Questa è la distinzione, cara a Nino Andreatta, tra una visione whig  della storia e una visione tory, tra una visione liberale, per la quale si può cambiare imparando dai propri errori, a condizione che su quegli errori si rifletta, e una tradizionalista, per la quale si è condannati all’eterno ritorno dell’identico.
 

Nel suo intervento, D’Alema non ha spiegato perché non siamo finora riusciti (e tuttora non riusciamo) a fare “quel che abbiamo detto tante volte” di dover fare, se vogliamo che l’Italia si rimetta in moto. Ma senza questa spiegazione, c’è il rischio che il Pd nasca sulla base di una visione continuista della storia politica italiana, anziché proporsi come soggetto di una svolta storica, nel segno della modernizzazione democratica. E continuista è stata in effetti la proposta di D’Alema circa la “forma” del nuovo partito. Per il presidente dei Ds, “un grande partito che aspira a rappresentare il 40 per cento degli italiani” nel ventunesimo secolo deve in sostanza pensarsi, quanto alla sua forma, come il Pci di Togliatti. “Io sono sempre stato – ha detto D’Alema – per vocazione o, se volete, forse per conformismo, piuttosto centrista nei diversi partiti nei quali ho vissuto. Ma ho sempre avuto l’idea che, come è ovvio, senza le ali non si vola e che, soprattutto, molto spesso le idee più coraggiose e innovative vengono dalle posizioni più distanti da quelle che, poi, hanno la responsabilità della sintesi e della direzione”. Nel tendere così la mano alla sinistra ds (intento di per sé meritorio), D’Alema non è parso neppure sfiorato dal dubbio che proprio in questa forma centrista e in definitiva oligarchica del partito politico, nella quale qualcuno ha il compito dell’animazione culturale e qualcun altro il destino del comando, possa risiedere una delle ragioni principali della fragilità del riformismo italiano. Perché in questa forma-partito, che sembra sopravvivere con un’impressionante forza inerziale alla morte del contenuto ideologico organicistico che l’aveva generata, l’innovazione non può mai e in nessun modo irrompere attraverso la via maestra del conflitto competitivo, aperto e solare, ma deve rassegnarsi a trasudare attraverso gli angusti e oscuri filtri della mediazione al centro e della cooptazione oligarchica. Con assai negative conseguenze sia sulla qualità democratica, che sulla qualità riformista (ammesso che si possano distinguere queste due dimensioni), della proposta politica di centrosinistra.

 

E’ del tutto comprensibile, anche se resta singolare, che questa concezione dalemiana della forma-partito sia stata calorosamente applaudita dai popolari di Fioroni e Castagnetti: essa rappresenta infatti la più solida garanzia, da un lato della conservazione dell’anomalia italiana e, dall’altro dalla contaminazione del Partito democratico con l’innovazione politica europea, che ha nella variegata famiglia del socialismo liberale il principale protagonista. Nessun partito socialista europeo, non solo il Labour, ma neppure la Spd, tanto meno il Psf o il Psoe, si regge sulla base del modello togliattiano (e in definitiva sovietico) del centro e delle ali. Viceversa, in nessun partito socialista europeo avrebbe fatto scandalo, come ha scandalizzato ad Orvieto dalemiani e popolari, la proposta di forma-partito, avanzata da Salvatore Vassallo. Semplicemente perché tutti i grandi partiti europei si fondano da tempo sui due principi riproposti da Vassallo: la coincidenza della leadership di partito con quella di governo; e la reale contendibilità e dunque il periodico ricambio, attraverso modalità competitive e non oligarchiche, della leadership stessa.

 

La forma-partito competitiva non è di per sé condizione sufficiente per l’affermarsi in Italia di un soggetto politico realmente riformista: è necessaria anche una proposta riformatrice (e si è avvertita ad Orvieto la mancanza di una relazione “alla Salvati” che mettesse in relazione questi due aspetti). Ma la forma-partito competitiva è condizione assolutamente necessaria, se si vuole che l’opzione riformista nasca dal basso, forgiata nel conflitto competitivo per la leadership, e dunque possa disporre del consenso e della forza necessari a battere le rendite corporative e le resistenze conservatrici di cui parla D’Alema. (...)

G.TONINI

PERCHE' IL PARTITO DEMOCRATICO

estratti da "Spunti per un Manifesto"

di Michele Salvati da Il Riformista 30 giugno e 1 luglio 2006

 

Un “partito nuovo” non nasce e non sopravvive (di nuovi partiti ne nascono e muoiono a bizzeffe) se non risponde ad una esigenza storica, a una domanda del tempo, che i suoi promotori sono capaci di avvertire anche quando essa non è esplicita. Nasce e sopravvive se vi risponde. Se i suoi promotori riescono a identificare aspirazioni già profondamente sentite di un gran numero di cittadini e a strappare dall’incertezza o dall’incoscienza altre esigenze ancora latenti; se riescono a rendere credibile un’analisi coerente e realistica dei problemi che il Paese affronta; se riescono, soprattutto, a rendere desiderabili soluzioni efficaci a questi problemi. A differenza dell’Angelus novus di Benjamin, un partito nuovo guarda in avanti, non è sospinto dalla bufera mentre tiene il viso rivolto all’indietro (...).  

La sinistra riformista europea e mondiale

(..) gli obiettivi che una sinistra riformista può porsi in un paese avanzato ma di piccola stazza com’è il nostro -rimanendo per ora lontana la prospettiva di un’Unione Europea come un reale soggetto politico unitario, almeno in materie come politica estera e difesa- sono diversi da quelli dell’età dell’oro. Che strumenti come quelli di deregolazione, privatizzazione, liberalizzazione, concorrenza, competitività, flessibilità, adattamento strutturale sono ormai parte della scatola degli attrezzi della sinistra, se questa vuole essere forza di governo. Guardiamoci intorno: quasi ovunque le sinistre riformiste hanno cambiato strategia. Qualcuno dirà: si sono adattate alla situazione e hanno ridimensionato i loro obiettivi. E’ senz’altro così, ma non è solo così. Affrontare un nemico ideologicamente agguerrito, non più succube di quella koiné statalista, assistenzialista e keynesiana che nell’età dell’oro condividevano tutti, sia conservatori che riformisti, ha indotto le sinistre riformiste ad abbandonare residui ideologici che si trascinavano appresso per pigrizia, a confrontarsi seriamente col pensiero liberale, a riscoprire in esso ragioni che la sinistra poteva far proprie.

La grande novità di questi ultimi dieci anni è proprio la sinistra liberale e l’abbandono, non più opportunistico, ma consapevole e di principio, degli ultimi residui classisti della tradizione del movimento operaio anche da parte di partiti che ancora si chiamano socialisti, laburisti o socialdemocratici. Blair, Schroeder, Zapatero non sono socialdemocratici in alcun significato storicamente e ideologicamente preciso del termine: sono dei liberali di sinistra. E i riferimenti culturali e ideologici loro e dei loro partiti sono Sen, Rawls, Dworkin, Bobbio, Walzer -per menzionare solo i più noti in Italia-, teorici tra loro assai diversi ma tutti iscrivibili nella grande tradizione liberale. L’eccezione più importante è costituita dal Partito socialista d’oltralpe, per il quale la parola liberal quasi equivale a un insulto: ma questo ha a che fare più con l’eccezionalismo culturale dei francesi che con vere differenze di strategia politica. Insistiamo su questa novità, sulla critica e l’abbandono dei residui classisti e marxisti nella sinistra d’origine socialdemocratica, perché questo ritorno alle origini prepara un terreno d’incontro favorevole con altri filoni della sinistra riformista, minoritari di solito, ma in alcuni paesi assai importanti. Alcuni di essi –repubblicani, liberali, ambientalisti- il terreno liberale non l’avevano mai abbandonato. Altri –ci riferiamo ai riformismi con forti connotazioni religiose, e soprattutto a quelli ispirati alle dottrine sociali della Chiesa cattolica- perché con il liberalismo si erano da tempo parzialmente riconciliati. Insomma, dal punto di vista delle radici culturali profonde nulla osta ad una fusione politica di correnti riformistiche che in passato si erano divise, o addirittura combattute. (...)

 

Il peso del passato: tre trappole da evitare…

La prima trappola l’abbiamo appena menzionata, parlando di fusione dei diversi riformismi (....) dal passato non vengono impedimenti insuperabili, vuoi perché alcune delle tradizioni e lealtà che nel passato erano vitali hanno esaurito la loro funzione storica; vuoi perché, se ciò non è vero, esse possono continuare a svolgerla nel nuovo partito. Ma non ci dice niente del futuro. Limitarsi alla fusione/contaminazione è come identificarsi coll’Angelus Novus: travolti in avanti, colla faccia rivolta all’indietro. Negli anni scorsi, in molti appelli per l’Ulivo e il Partito Democratico, abbiamo insistito molto, forse troppo, sul problema della compatibilità dei riformismi del passato. Ma ci rivolgevamo al ceto politico. Con il Programma ci rivolgiamo al Paese, e al Paese bisogna parlare di futuro.

Il passato pesa, però, e si manifesta in molti modi. Uno dei modi, ed è la nostra seconda trappola, riguarda la continua incertezza sullo spazio politico del partito democratico: sinistra o centrosinistra? Se chi insiste sul termine centrosinistra vuol solo segnalare che la componente maggioritaria del nuovo partito persegue un disegno politico riformistico-liberale, non dissimile da quelli di Blair o di Schroeder (o di Zapatero, se lo si studia bene); se vuole segnalare che nel suo nucleo devono essere presenti i valori e le culture del riformismo cattolico o di altri riformismi moderati del centrosinistra; se è solo per questo, allora può benissimo rassegnarsi a parlare di sinistra. E’ questo che avviene nei paesi in cui si è solidamente istallato un sistema politico bipartitico o bipolare, dove non ha senso parlare di centro. Si tratterà ovviamente di una sinistra moderata e spesso avverrà che tra le componenti maggioritarie di sinistra e destra ci sia più consonanza che con i piccoli partiti estremi che hanno assemblato nelle loro coalizioni. Anche un bambino sa, tuttavia, che non sono questi i motivi per cui alcuni esponenti di Margherita insistono tanto sull’espressione “centrosinistra”. I motivi sono altri: in parte è l’affezione per il centrismo della vecchia casa democristiana; in parte è il legittimo orgoglio per aver tenuto ferma la barra del timone su alcuni temi cruciali di politica economica e di politica culturale, dal rifiuto del collateralismo con organizzazioni economiche e sindacali ad una posizione laica ma non laicista; in parte è il timore di un ceto politico di farsi fagocitare da un ceto politico più forte; in parte, e forse si tratta della parte maggiore, è l’indisponibilità a confluire, in Europa, in un partito socialista ancora troppo affezionato alle proprie tradizioni, anche se di fatto ha cambiato pelle. Si tratta di motivi di resistenza, tutti, più che legittimi, e ai quali dev’essere data una risposta più che generosa. Alle soglie della costruzione del nuovo partito, tuttavia, insistere troppo su un’espressione che non ha senso in un sistema politico bipolare può essere fonte di confusione: non è il bipolarismo, un bipolarismo civile, uno dei principali obiettivi politici del nuovo partito? Parlando di centro, si vuole forse lasciare aperta la strada per uscire dal bipolarismo? Proprio perché uno schieramento di sinistra moderata può affrontare momenti eccezionali, in cui per il paese possono essere indispensabili governi tecnici o di grande coalizione –ciò è appena accaduto in Germania- non deve esserci dubbio alcuno che l’orientamento di fondo di tutte le componenti del partito è uno di sinistra: moderata quanto si vuole, ma iscritta fermamente in una logica bipolare. Crediamo dunque che sarebbe opportuno che queste incertezza venissero dissipate il più rapidamente possibile. (...)

…e un valore da esaltare: la democrazia

La democrazia è un compito mai finito e anche i regimi più “democratici” che oggi conosciamo sono ben lontani dall’ideale: un ideale di cittadini colti e informati, in condizioni di buona sicurezza economica e dunque con il tempo necessario da dedicare alla politica, che confrontano un potere pubblico trasparente e media indipendenti e molteplici, che dibattono seriamente una pluralità di opinioni e dispongono di molti strumenti per controllare l’esercizio dei poteri di rappresentanza, e soprattutto dei poteri di nomina che i rappresentanti hanno e di cui spesso abusano. Non è un obiettivo abbastanza di sinistra? Lo è, e sarebbe addirittura un obiettivo rivoluzionario, se si volesse raggiungere subito l’ideale cui abbiamo accennato: meno male che c’è un pizzico di cautela e riformismo (nel senso di “migliorismo”) a trattenerci! Scherziamo, ma solo per rendere più evidente l’idea che nel nome di democrazia c’è già dentro tutto quanto possiamo desiderare.

Ma se la democrazia è il nostro valore politico essenziale, bisogna essere consapevoli che esso dev’essere praticato cominciando da casa nostra, dal nostro partito. Sia il processo attraverso il quale si costituirà il Partito Democratico, sia lo statuto del partito, devono essere coerenti con un disegno di massima partecipazione e di controllo democratico sulle decisioni di chi ci rappresenta: l’insistenza sulle primarie laddove sono praticabili, la trasparenza massima richiesta nei processi di nomina che i nostri politici controllano, sono solo due aspetti della vera rivoluzione democratica che siamo chiamati a realizzare. (...)

Può un programma liberale di sinistra essere entusiasmante?

Ricapitolo in breve i quattro obiettivi che ho sinora attribuito al Partito Democratico.
1) Il primo è quello della riattivazione di un vigoroso processo di crescita.
2) Il secondo è quello di contribuire, insieme ad un analogo sforzo del Centrodestra, a indirizzare il processo di transizione verso un sistema politico bipolare “civile”.
3) Il terzo è quello di attenuare quei caratteri antichi del nostro State and Nation building che oggi ostacolano la costruzione di un moderno partito di sinistra riformista: le eredità di Porta Pia e del Comunismo, se vogliamo identificarli in modo sommario.
4) Il quarto è quello di derivare dal grande valore della democrazia un insieme di implicazioni programmatiche forti. Se i cittadini e gli elettori fossero tutti degli economisti, degli storici, degli scienziati politici, e se tutti fossero uomini e donne di centrosinistra che hanno partecipato attivamente alle vicende politiche del nostro Paese almeno a partire dalla transizione tra la prima e le seconda Repubblica, questo potrebbe già sembrare loro un programma affascinante e ambizioso. Siccome non lo sono, siccome dobbiamo rivolgerci ai giovani e a persone con scarsa esperienza politica, un Manifesto che si limitasse a questi obiettivi dice loro assai poco. Che cosa vuol dire, in Italia ed oggi, essere dei liberali di sinistra? Quali ideali di convivenza civile si sostengono? Quali interessi si promuovono? Qual è la visione del futuro che il nuovo partito prospetta al Paese? Perché il Partito Democratico si propone come forza indispensabile per lo sviluppo del nostro paese e per un suo maggiore apprezzamento nella comunità europea e internazionale?

Le vere difficoltà del nostro Manifesto hanno tre origini principali. In parte esse derivano dal divario di sviluppo, interessi, mentalità e culture presente in Italia, dall’esistenza di un “problema del Nord” e di un “problema del Sud”. In parte derivano dalle diverse sensibilità che ci trasciniamo dal passato e dunque dalle mediazioni che tra di esse si riterrà di dover compiere. In parte assai maggiore sono esattamente le stesse che incontrano tutte le forze di sinistra riformista in Europa nel costruire e “vendere” un prodotto appetibile a cittadini che guardano con scarso interesse, in modo saltuario, e quasi sempre con sospetto, alla politica e ai politici. Che volentieri ascoltano un discorso di diritti, ma molto malvolentieri uno di doveri. Che sentono predicare flessibilità “in basso”, e vedono rendite, inefficienza, profitti pingui, compensi scandalosi e scarsissima flessibilità “in alto”.

Brevemente sulla prima fonte di difficoltà. Il “divario” cui facevamo riferimento più sopra si è tradizionalmente presentato, nei vecchi programmi dei partiti, con le forme della “questione meridionale”, alla quale tutti promettevano una soluzione: una forte solidarietà nazionale era data per scontata in via di principio e solo si trattava di mobilitarla nei modi più appropriati. Oggi è chiaro che scontata non è. Che trasferimenti e politiche speciali per il Mezzogiorno vanno giustificati di fronte ad una popolazione del Nord più scettica e attenta. E soprattutto è emersa, specie per i partiti della sinistra, una vera e propria “questione settentrionale”: uno scollamento tra valori, orientamenti e programmi di quei partiti e gli interessi, le aspirazioni, la mentalità di larghi segmenti delle popolazioni del Nord, che la destra sembra intercettare meglio della sinistra. In specie se, nel processo costituente e poi nello statuto del nuovo partito, si intende “partire dal basso”, dai territori, e poi organizzare il partito in modo federale, con una significativa autonomia delle diverse realtà locali, si pone un problema non piccolo di sintesi politica, perché gli orientamenti di fondo del “Partito democratico del Nord” possono differire significativamente da quelli del “Partito del Sud”. Una sintesi che era di gran lunga più facile per i grandi partiti della Prima Repubblica, imbevuti di statalismo sia a destra che a sinistra, e in presenza di una popolazione settentrionale non ancora mobilitata dalle Leghe e dalla crisi politica degli anni ’90 e oggi preoccupata dalle difficoltà economiche che incontra il tessuto di micro-imprese sul quale ha costruito le sue fortune.

Passiamo alla seconda fonte di difficoltà, le diverse sensibilità politiche provenienti dal passato e rappresentate soprattutto dai partiti che dovrebbero fondersi nel Partito Democratico. Senza sottovalutare i problemi derivanti da interpretazioni più moderate o più radicali di riformismo, le difficoltà maggiori per il nostro progetto politico sono quelle che derivano dalla “questione della laicità”: divisioni e dissensi con la sinistra radicale possono essere tollerati, una rottura grave con il riformismo d’origine cattolica mina il progetto alla sua base. Di conseguenza, grande dev’essere l’attenzione dedicata ai temi “eticamente sensibili”, com’è invalso chiamarli oggi: quei temi sui quali la Chiesa cattolica (o le chiese e le religioni in generale) impongono ai fedeli prescrizioni assolute, che gli agnostici (o i seguaci di religioni diverse, o in pratica gli stessi fedeli della chiesa o religione che le impone) non intendono ottemperare. La rilevanza politica di questi temi è in parte il frutto di sviluppi scientifici e culturali intensi e talora traumatici, che attraversano molte società avanzate contemporanee. In parte ancor maggiore, e non solo nel nostro paese, è il frutto di un uso strumentale provocato da motivi di convenienza politica: la ricerca di nicchie elettorali composte da fedeli intransigenti, come negli Stati Uniti, o dell’appoggio delle gerarchie ecclesiastiche, come in Italia. Questa seconda parte dovrebbe perdere d’importanza una volta che i soggetti politici i quali, nel centrosinistra possono avvantaggiarsi di temi eticamente sensibili a scopo strumentale, saranno confluiti in un unico partito. La prima parte resta, e una ragionevole soluzione dei conflitti che può provocare è anzi una delle condizioni affinché tale confluenza possa avvenire. Personalmente sono convinto che questa “ragionevole soluzione” sia possibile, e di fatto la gran parte dei partiti dell’occidente raccolgono sotto un’unica bandiera politica persone intensamente religiose (e di varie religioni) insieme ad atei ed agnostici. Ma non è facile. Non è facile per motivi nobili, perché una rigida separazione tra l’assolutismo delle credenze religiose e il relativismo di quelle politiche è difficile in via di principio, e forse neppure desiderabile. E non lo è, in Italia, per ragioni meno nobili, per la disponibilità della destra ad accettare qualsiasi indicazione delle gerarchie ecclesiastiche e la tendenza di parte della sinistra a competere in questa gara, a non porre con chiarezza una soglia accettabile di laicità della politica (…a me basterebbe che fosse quella che poneva Alcide De Gasperi!). Di qui la necessità e l’urgenza di un approfondimento, gli esiti del quale dovranno essere sinteticamente riassunti nel Manifesto.

Dicevo più sopra che le difficoltà maggiori hanno una terza origine, che è comune a tutti i programmi riformisti. Esse derivano dal fatto che il prodotto elettorale che una sinistra moderata può fabbricare e poi cercare di “vendere” non è un prodotto facile. E’ un prodotto che può prevalere sugli altri se i compratori adottano discernimento e giudizio. Che parla al cuore e alla pancia, alle emozioni e agli interessi; ma anche, e in misura notevole, alla testa. Che si rivolge a persone consapevoli di propri interessi immediati, certo, ma non insensibili a quelli dei loro concittadini. A persone, per intenderci, che quando si promette loro una riduzione delle tasse, sono sì soddisfatte, ma subito si chiedono quali saranno le spese e i servizi pubblici che verranno eliminati, e per chi. Ogni paese, e dunque ogni sinistra riformista, ha difficoltà e occasioni particolari: ma il problema che tutte le sinistre riformistiche e moderate incontrano nel sollecitare partecipazione ed entusiasmo su un programma inevitabilmente “ragionevole”, universalistico e altruistico, che non può avvalersi di slogan estremistici e populistici senza snaturare il suo messaggio,… questo problema è proprio lo stesso. In un grande paese europeo solo un partito e un leader –il Labour e Tony Blair- sono riusciti a indovinare un messaggio che ha incontrato un durevole successo presso gli elettori. Ci sono riusciti (oggi sarebbe forse più appropriato dire: ci erano riusciti, perché il consenso sembra si stia erodendo) in parte per la loro effettiva capacità di innovazione politica, in parte per il forfait degli avversari, in parte per le massicce e indovinate dosi di retorica e di spin che hanno/avevano adottato.

(...). Ci vuole più liberalismo in Italia. Ci vuole maggiore rispetto per la legalità. Ci vuole più civiltà. D’accordo. Ma chi combatte per questi obiettivi non deve mai dare l’impressione di mettersi al di fuori della storia del Paese, di ignorare i successi che esso ha ottenuto, di misconoscere i meriti che i grandi partiti e le culture politiche di massa della Prima repubblica -sì, ci riferiamo proprio a democristiani, comunisti e socialisti, con tutti i loro difetti- hanno acquisito in difficili circostanze storiche. Insieme a quegli obiettivi di civiltà, i leader del nuovo partito devono proporne altri che possano essere sentiti come propri da gran parte dei cittadini e non solo da minoranze altamente istruite, benestanti e cosmopolite. Non devono essere e sembrare arroganti, giacobini e anti-italiani: si deve capire che la critica a come le cose stanno e le proposte di riforma vengono da un partito che è un pezzo di popolo e condivide un orgoglio nazionale profondo. Dicevamo prima che una traduzione letterale del messaggio di Blair è priva di senso. Ha però molto senso tradurre uno dei pezzi portanti della sua retorica: il suo nazionalismo vero e democratico, l’elogio di una “britishness” (di una “italianità”, per noi) declinata in modo civile e progressista.

 

E allora?

Gli “spunti per il Manifesto” che intendevo proporre sul il ruolo storico che il Partito Democratico può assolvere, sulle cautele e le precauzioni da adottare nello stendere il documento di fondazione, più o meno sono questi. (..)

Costruire il Partito democratico è un compito difficile, ma non impossibile, se c’è buona fede e coraggio in coloro che dicono di volerlo costruire. Ci sono milioni e milioni di italiani, stanchi di risse e faziosità, indifferenti a distinzioni del passato, preoccupati per il destino del paese e dei loro figli, che sarebbero sensibili al messaggio lanciato dal nuovo partito: il realismo, la serietà, il sentimento nazionale, se accompagnati da un profondo senso di giustizia sociale, da un contrasto tenace dei privilegi, da leggi giuste applicate inflessibilmente e a tutti, sono caratteri apprezzati da un gran numero di cittadini. Trasformare questo potenziale apprezzamento in entusiasmo è poi compito di una leadership carismatica e coesa, di buona organizzazione, di capacità di coinvolgere chiunque voglia partecipare e, perché no, di un po’ di spin bene azzeccato. 
Michele Salvati


Sintesi ed estratti in prospettiva Pd tratti da:
“Stato e Mammona, sono i nemici della persona”
di Antonio Polito – da Europa 28 aprile ’06

 

Un partito che rappresenta l’interesse nazionale, e dunque abbraccia interessi tra loro molto diversi.

Un partito interclassista, figlio felice della fine della lotta di classe.

Un partito pluralista, nel quale non si esercitano egemonie culturali, perché la lotta politica vi continua giorno dopo giorno, come deve accadere in un organismo vivo. Un partito laico, perché a-ideologico.

Un partito tenuto insieme non già dall’ideologia, non dalla classe, non dall’egemonia culturale e non dagli interessi corporativi, che si terrà insieme su questi valori:

 

1)    Il perseguimento della felicità, come aspirazione alla libera realizzazione dell’individuo, nell’economia, nella vita pubblica, e in quella privata.

2)    La garanzia di un ordinato sviluppo della vita collettiva, che impedisca la sopraffazione del ricco e del potente sul povero e sul debole.

3)    La realizzazione dell’eguaglianza delle opportunità, quelle del figlio dell’operaio devono essere eguali a quelle del figlio del professionista.

4)    Lo sviluppo economico ed il successo sociale da sostenere come motore del progresso.

5)    Porre al centro della nostra vision la libertà della persona, o dell’individuo, dato che l’interesse collettivo è fatto di tanti interessi individuali.

6)    Battaglia culturale contro lo statalismo della vecchia sinistra, come contro il mercatismo della nuova destra.
 ___________________________



Saggi da Top Ten (da aggiornare!)

1) Il riformismo italiano
G.Vacca - Ed.Fazi



2) La sindrome di Meucci
G.Da Empoli - Ed.Marsilio

3) Identità e violenza
 Amartya Sen - Ed. Laterza

4) Compagni di scuola
A.Romano - Ed.Mondadori

5) Cambiare Regime
C.Rocca - Ed.Einaudi

6) Reduce
G.L.Ferretti - Ed.Mondadori


7) Fuori controllo
G.Da Empoli - ed. Marsilio

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Vignette (da aggiornare!)

Associazionismi e lungimiranza..









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11 settembre 2008

CHIUSO PER SCAZZO POLITICO

Se ormai apprezzo più diversi ministri di questo governo, rispetto alle cornacchie che ho sostenuto fino ad oggi, preferisco chiudere definitivamente.
Ci rivediamo sotto altre spoglie, se ne avrò il tempo.
Cari saluti,
SG
 




permalink | inviato da nuoveprospettive il 11/9/2008 alle 21:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

15 maggio 2008

Riapro nel segno delle Riforme!

Due cose mi hanno spinto a tirar su la serranda.

1) lo spazio dedicato dal sagace Polito a "i duellanti", Walter e Massimo sulle pagine de Il Riformista, da cui ne è uscito un bel pezzo di A.Romano ed una serie di successivi articoli, tutti molto interessanti in ottica "non se ne può più".
Ho detto la mia subito, e mi ha fatto piacere leggere quel tra i due "duellanti", emerga una gran voglia di terzo da me passando per  A.Romano, a tanti altri.
Evidentemente, nonostante Il Foglio la faccia ancora da padrone tra le mie letture, a volte non sono poi così "reazionario" rispetto alle opinioni correnti dei saggi amici e compagni riformisti.(sotto copio il mio pezzo integrale)

2) il discorso di Veltroni durante la fiducia, non votata, a questo governo; di Berlusconi non ne parlo, mai mi sono fidato e mai lo farò senza per questo rispettare la persona, le istituzioni ed augurarmi, persino, che governi bene per il bene del Paese.
Insomma, tornando a quanto letto..quello di Veltroni un discorso da opposizione matura e riformista, anzi Riformista con la R maiuscola era anni che non si sentiva e anche di questo va dato merito al Walter.

Sempre in attesa che emerga il terzo
sg


-----Messaggio originale-----

Da: Stefano
Inviato: sabato 10 maggio 2008 0.20
A: iduellanti@ilriformista.it

Oggetto: tra i due duellanti, il terzo venga alla ribalta 

Dal momento che tra i vecchi e nuovi democratici, e nei nuovi circoli, l'allergia alla real-politik dalemiana cresce ed il Pd nel suo nascere ha entusiasmato tanti anche per superarla; ebbene, dal momento che c'è voglia, nonchè bisogno, di orizzonti alla "Yes, We can" più che del pragmatico "dalemismo", non avrei molti dubbi in merito a quale duellante preferire.

Ci terrei comunque a suggerire, riconoscendo al Pres.D'Alema passate doti di politica sopraffina (che non può aver dimenticato o non avere aggiornato in questi anni di gazebi..), di impegnasi maggiormente nel far crescere e dare spazio ad una nuova "Dalemjugend", che sia ben radicata anche nei territori più "ostili" e che si coaguli nella fondazione I.E.; una nuova generazione con nuove prospettive e con l'innovazione come primo obiettivo; prospettive che siano in ogni caso ben diverse dagli occhiolini ad una certa sinistra conservatrice, post comunista o pseudo socialista, che il nostro pare vorrebbe rimettere sul tavolo proprio oggi che anche gran parte di questo elettorato gli ha preferito l'unica prospettiva lungimirante, quella
dell'alternativa governativa liberal-democratica rappresentata dal Pd.

Sia comunque chiaro, tra i due duellanti mi aspetterei comunque che emergesse il classico "terzo"; per dare una maggior visibilità dei quarantenni, per quell'unico segnale di innovazione che deve dare il Pd oggi per non rimanere collegato, appena nato, a vecchie logiche e scontri di potere, ebbene tutto ciò lo eviterei portando alla ribalta Enrico Letta, in attesa che nuovi saggi avanzino e vecchi duellanti arretrino.

sg


 




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29 aprile 2008

CHIUSO PER BATOSTE, E PER VERGOGNA

"Il cronista di sinistra si lecca le ferite e guarda bonario il branco che diventa la classe dirigente", bel pezzo questo di Di Michele su Il Foglio di oggi (che mi spiace per Polito, che ben si difende ma mal si circonda, mi pare rimanga il miglior quotidiano di opinione, checchè se ne pensi), pure il blogger che condivide anche il finale:"Tenere sempre accesa la speranza è faticoso. A volte, quasi più riposante leccarsi le ferite."

Non so se si possa definire riposante, ma a volte (come in queste settimane) non c'è migliore alternativa al silenzio e alla riflessione analitica.

Oggi ci ritroviamo in questo stato, dopo esserci venduti ammirevolmente come partito nuovo, ed assistendo a:

1) Una stesura lobbistica delle liste elettorali, ancora una volta uscite dalle stanze dei bottoni

2) Nessuna notizia di dimissioni di dirigenti e gruppi dirigenti anche di fronte ad emorragie di voti che fanno paura (e non parlo della lombardia, questa volta)

3) Riconferma di alleanze amministrative a livello di unione, con sinistra radicale e chi più si ha più si metta, dopo aver fatto una campagna elettorale mirata, giustamente, a creare un fossato con quelle idee che ci hanno regalato un Paese che da centrista è diventato di destra.

4) Riconferma di capigruppo che con tutto il rispetto sono stati o trombati a recenti elezioni o rappresentano ruoli e posizioni superate.

In attesa di aggiungere qualche altra entusiasmante ed innovativa notizia (orde di nostal-congressisti chiamano l'adunata degli "eletti" il 14 ottobre, dai gazebo al voto a porte chiuse..) e ricordando a me stesso che ogni ulteriore commento potrebbe essere sospettato di correntismo, che leggo come pegggiore del male di cui sopra, preferisco chiudere, per batoste e pure per vergogna, per i miei compagni e amici democratici, in primis.

sg




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7 aprile 2008

PD in giro per l'italia, FREE TIBET in giro per il mondo

Sono stato in ferie, ebbene sì, dimentico sempre di mettere il cartello; al rientro tra lavoro, campagna elettorale e dog sittering il tempo è poco e quindi tiro su la saracinesca per un paio di questioni, impellenti..

1 - che si parli del Tibet, che il Riformista per la sua campagna sia stato addirittura ringraziato da Sua Santità (prima pagina del 1 aprile), il buon Polito se lo merita tutto; che ovunque vada la fiaccola olimpica la manifestazione per il Tibet si fanno sempre più numerose e partecipate, che ormai tutti sappiano di cosa stia parlando, ebbene; forse tra qualche settimana anche i cinesi si renderanno conto che i tibetani che stanno morendo per la libertà non stanno chiedendo nulla di strano, magari capiranno che con una limata al proprio orgoglio e arroganza si possono placare gli animi, che la globalizzazione non è solo del mercato, ma che ormai sotto la spinta di sempre più volenterosi, lo deve diventare anche dei diritti umani e civili. Che la politica ci arrivi, o segua i "movimenti" associativi, come da tempo, come oggi.

2 - che facendo la campagna elettorale, si passi come "nuovo" partito di governo, slegato dai ricatti della sinistra conservatrice, contro il vecchio del pdl/casa della libertà MENO casini e destra, non mi pare un cattivo viatico; a volte mi sento quasi ottimista, mi sono pure quasi commosso negli ultimi giorni di campagna elettorale. Roba da pazzi, a proposito, ben più "pazzo" della lista di Ferrara, che parla di temi sacrosanti ove puliti da fanatismi e ideologia, da entrambe le parti (e che mi auguro abbia un risultato discreto, per le ragioni ben espresse
qui, e anche dall'inesperta)

Riabbasso la saracinesca, ma non dopo aver linkato
qualche foto di Parigi tibetana.
Le jeux sont fait, le tibet libre non ancora.

Avanti tutta e grazie a Sarkozy, il più attivo dei leader europei nel dichiarare di boicottare la presenza istituzionale a Pechino e all'invito come Europa al Dalai Lama, sperando che durante le prossime visite non si imbarazzi più nessuno... Ci volevano i morti ammazzati in tonaca e le manifestazioni di Reporter sans frontièrs a ricordare che ci sono questioni più  importanti delle cosiddette "ragioni di stato"..vero Prodi?

sg

p.s: dimenticavo, è importante, evitiamo la provocazione della fiaccola nelle zone tibetane
, qui




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18 marzo 2008

MARZO 2008. SIAMO TUTTI TIBETANI

Non potendo partecipare alla manifestazione per problemi di lavoro, allego la prima parte (ispirazione permettendo, ce ne sarà una seconda) di alcune mie esperienze come contributo per un Tibet libero.

Grazie al Riformista per il
grande spazio e per la manifestazione dedicata alla causa tibetana.

MARZO 2008. SIAMO TUTTI TIBETANI

Leggere ciò che sta accadendo oggi a Lhasa e dal 10 marzo ai manifestanti partiti da Dharamsala e diretti in Tibet per manifestare una libertà di movimento ed espressione negati da decenni, vicende ben raccontate da D'Elia su queste pagine, mi ha portato a scrivere su una causa, quella per i diritti umani e civili sopraffatti in Tibet, che sento particolarmente vicina, per questioni che non potrei che rimandare al mio karma, da praticante di buddista tibetano quale da quasi 10 anni oramai provo ad essere.

Siamo tutti tibetani, gran bel titolo caro direttore. Quella prima pagina credo di metterle in cornice; ho passeggiato con una spilla del tibet alla giacca ed una copia del Riformista in bell'evidenza, ho manifestato con quella in Piazza Duomo sabato mattina, insieme ai monaci rifugiati qui a Milano.

Per rendere questo popolo più vicino rispetto alle migliaia di miglia che ci separano dall'altopiano himalayano situato a 5000 metri di altezza ove molti morirono nel '59, da cui molti altri scapparano a piedi nella notte attraverso duri e freddi passi himalayani vestiti solamente delle loro vesti porpora e accompagnati dai loro yak, racconterò qui di seguito delle mie esperienze con i rifugiati, delle mie sensazioni durante gli incontri con la guida spirituale e temporale, Tenzin Gyatso il XIV Dalai Lama.

Incontrai prima dei libri, che mi affascinarono subito. Quella tensione verso la compassione, la pace e la non-violenza a partire dal controllo della propria mente, per dirigere il proprio cuore, mi hanno subito folgorato.

Quando è stato possibile, mi sono avvicinato ai primi centri di Dharma, così è chiamato l'insegnamento del Buddha, una moderna filosofia per tutti coi piedi ben saldi a terra e nell'impegno sociale, che viene dai secoli addietro, indispensabile a mio modo di vedere in una società come la nostra che allo sviluppo esteriore non è stata ancora capace di far seguire un altrettanto approfondita ricerca interiore, per vivere in equilibrio con sé stessi, in pace con gli altri esseri.

Il buddismo tibetano, definito lamaismo da alcuni, fa parte del grande veicolo degli insegnamenti del Buddha; in estrema sintesi oltre alla ricerca interiore mirata alla propria liberazione dalla sofferenza, meta ultima o nirvana, per il buddismo del piccolo veicolo diffuso in diversi altri Paesi asiatici, il buddismo tibetano si impegna per la liberazione di tutti gli esseri grazie al raggiungimento dell'unione di beatitudine (compassione) e vacuità (saggezza).

Questa religiosità, imperniata su compassione o altruismo e sulla benevolenza o pace interiore, ha evidentemente impregnato di questi valori il popolo tibetano, il loro "leader" tacciato in ogni occasione utile dalle autorità cinesi, come un pericoloso sovversivo, non fa altro che predicare basando su quelle basi, su quegli insegnamenti di Buddha, lui stesso che viene considerato come la reincarnazione di una delle più venerate "emanazioni" del Buddha storico, quale il Buddha della compassione, che non possono voler nuocere nemmeno al più piccolo animale, in quanto essere senziente e nostra madre in più di una vita, per la fede nella rinascita, alla base di ogni passaggio mentale, di vita in vita.

Un popolo con queste convinzioni, sensibilità e altruismo è stato ucciso in milioni, represso e senza libertà in patria, sopraffatto dei più basilari diritti umani.

In silenzio. Condanne a morte per aver inneggiato al Dalai Lama, rapiti per evitare che venissero diffuse idee separatiste, negati anche della libertà di espressione. In silenzio.

Un popolo la cui cultura millenaria rischia oggi più che mai, di fronte ad un nuovo colonialismo arrogante; una foto su tutte mi ha colpito negli ultimi tempi, quella con la statua di Mao all'ingresso del Potala, residenza e palazzo sacro del Dalai Lama a Lhasa nei tempi che furono, venerata con le tradizionali sciarpe votive buddiste. Potrei citare i sexi-shop e locali a luci rosse, ove una volta sorgevano monasteri e luoghi di preghiera o monaci ad uso e consumo dei turisti "pacchettizzati" che credono di andare in Tibet a vedere monasteri tibetani, non ex-tibetani a sovranità limitata e controllata dalle guardie cinesi. E loro ancora in silenzio.

In molti sono scappati, nel '59 quegli anni, dicevo. Hanno portato anche in occidente le loro storie ed è da queste che intendo iniziare questo racconto, perchè esempi viventi, oggi, ne abbiamo ancora; tra un paio di generazioni, non possiamo esserne certi. E ne dubitiamo fortemente ogni qual volta il Dalai Lama viene invitato da associazioni culturali e religiose occidentali, per degli insegnamenti, ed alcune autorità governative occidentali quale quella del nostro Paese risponde che esistono "ragioni di stato" più importanti di un genocidio, ora culturale, (il dragone cinese ordina, e nostre le baionette eseguono) o che sprezzanti possono ignorarne un incontro per capire cosa stia succedendo nella regione del Tibet, in un anno come questo che vede la Cina prepararsi ad essere il centro del mondo con le olimpiadi di Pechino 2008.

A dicembre 2007 al Dalai Lama è stata concessa la cittadinanza onoraria di alcuni comuni, tra cui l'importante riconoscimento del comune di Torino che ha esposto senza timore reverenziale alcuno, anche la bandiera del Tibet fuori dal palazzo comunale in onore della sua visita.

Pochi volenterosi, esiste un intergruppo parlamentare per il Tibet, hanno fatto della visita di Sua Santità un evento anche politico, come politiche erano anche le preoccupazioni che da mesi andava segnalando con sempre maggiore frequenza alla comunità internazionale.

Sappiamo tutti qual è stata l'incertezza delle autorità italiane, ma non torniamo a ciò che non merita nemmeno ulteriori commenti.

Ebbene, in quel periodo, c'è chi come noi ha lavorato per rendere possibile l'evento e/o ha contribuito ospitando famiglie in arrivo dal Tibet o maggiormente dai Paesi ove si sono rifugiati, per consentirgli di seguire gli insegnamenti ovunque come molti fanno, con le loro poche fortune.

Noi abbiamo ospitato due tibetani, un ex monaco, specializzato in medicina tibetana, ora anziano laico rifugiato in Svizzera ed un giovane maestro arrivato in italia da qualche mese, ora residente nei dintorni di Torino e prima nel monastero di Sera Je, nell'India del sud.

Con il nostro Ven.Thamthog si è spesso parlato della sua esperienza nella fuga verso la libertà e lontani dalla madrepatria. Alla sera, io e mia moglie, seduti accanto a loro, nel nostro soggiorno, ascoltavamo rapiti e commossi le loro disavventure intraprese con il coraggio della disperazione di chi sa che rimanere in un paese appena occupato può significare morte o tortura certa. Ma mai un lampo di odio o vendetta traspariva nei loro occhi, solo compassione e tristezza per un popolo dalla cultura millenaria che ancora non sa rifuggire dai propri fantasmi e concedere ai propri simili tibetani il diritto di esistere con la propria cultura, la propria lingua, le proprie tradizioni.

sg




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17 marzo 2008

grazie, se non proprio tutti oggi siamo in tanti,"tibetani"

A partire dal Siamo tutti tibetani fino al grande editoriale di oggi di Polito, come di tante pagine dei quotidiani e spazi dai telegiornali.
Ci voleva un centinaio di morti per arrivare a questi spazi, ma oggi tutti o quasi hanno capito cosa stava succedendo lassù ed espresso solidarietà al Tibet.Condoleeza Rice ha parlato, l'UE lo farà univocamente a breve e l'Onu ha già ricevuto richieste di intervento; manca solo il Vaticano, ancora silente.
A proposito, spendo due righe sulla figura che ha fatto Ratzinger; domenica, ancora una volta, non è stato all'altezza del suo predecessore, che al contrario e per la sua formazione, è sempre stato in prima linea sulla difesa della libertà sul dialogio interreligioso, nonchè un fraterno amico del Dalai Lama.
 
Ieri sera avevo polemizzato qui, con l'unico con cui non era giusto polemizzare, solamente a causa di un articolo comprendente un eccesso di difesa dell'azione del governo italiano durante l'ultima visita di Sua Santità, che avevo letto sabato sul Riformista.
La sua risposta è 
qui: "sono l'unico del governo italiano ad aver incontrato il Dalai Lama con convinzione".
Già, grazie caro Vernetti, questa sì che è la triste realtà di solo tre mesi fa; ora "siamo tutti (o quasi) tibetani", ma facciamo chiarezza su chi lo è stato quando sembrava così coraggioso esserlo.
Guardiamo all'oggi sperando che dalle parole si passi ora ai fatti, per fermare quel genocidio culturale che prosegue da anni e che si è tramutato in genocidio anche materiale in questi giorni (se come pare, siamo oltre il centinaio di morti..nonostante i cinesi parlino di 10, tutti commercianti cinesi!); un popolo e milioni di simpatizzanti ci sperano, per continuare a credere nella libertà e nella democrazia, in tutto il mondo.
sg




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16 marzo 2008

SAVE TIBET!

Qui una parte delle dichiarazioni rilasciate da Sua Santità il Dalai Lama, in una conferenza stampa di oggi a Dharamsala.

La manifestazioni si stanno estendendo, ed al momento solo i radicali riescono a distrarsi dalle scadenze dei tour elettorali (..), di fronte ad un genocidio culturale e alle repressioni totalitarie dei cinesi di queste ore le priorità dovrebbero essere queste.

Grazie Pannella, sveglia PD.

sg
  




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14 marzo 2008

Anche per il Tibet, Walter, forza e coraggio

Qui la dichiarazione di Veltroni sulla situazione dei tibetani, che anche a dicembre non esitò ad incontrare Sua Santità il Dalai Lama.

Purtroppo ora sarà difficile fermare ciò che per decenni si è preferito ignorare, ma occorre davvero che la comunità internazionale si faccia carico non solo della riuscita delle olimpiadi che vi ha assegnato (...) ma della democrazia totalmente assente, zittendo i continui attacchi della diplomazia cinese al Dalai Lama che ha sempre predicato, tra gli altri valori, quello della pace, del dialogo e della non-violenza.(..ma non lo avevano invitato, già..)

FREE TIBET

sg




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14 marzo 2008

Non solo parole, fermateli.

Quando il Dalai Lama, che il 10 marzo aveva letto un messaggio contente queste parole: "Da sessant'anni i tibetani continuano a vivere in un clima di paura, intimidazione e sospetto", aveva dichiarato, aggungendo che "la repressione cinese aumenta con numerose, inimmaginabili e massicce violazioni dei diritti umani". 
Ebbene, con quella frase non aveva fatto nient'altro che ripetere quello che già da qualche tempo andava dicendo sempre con più timore alla comunità internazionale e che in Dicembre avrebbe voluto dire a Prodi e D'Alema, che per "ragioni di stato" avevano preferito girarsi dall'altra parte (con un'arroganza tale, che la storia non cancellerà facilmente).
Ora, dopo che la via diplomatica internazionale non ha nemmeno provato ad evitare
quello che sta accadendo, si leggono prese di distanza degli stessi nostri eroi che dissero al Dalai Lama che già chiedeva aiuto "non l'abbiamo invitato noi". (= cosa vuole da noi, saran problemi suoi) e che ora ricordano missive consegnate a Pechino anni addietro.

L'ipocrisia non ha mai fine, purtroppo, mentre il genocidio che fu, e che come un'ombra torna attuale oggi con le repressioni ai manifestanti e a Lhasa, speriamo di sì.

om mani padme hum

sg

 




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13 marzo 2008

Non stiamo a guardare. FREE TIBET

 Aspetto da Veltroni, come leader di un Partito che dovrebbe porre le questioni democratice in cima all'agenda delle proprie priorità, come dalla comunità internazionale tutta una condanna verso le repressioni sempre più gravi compiute contro il popolo tibetano dalle autorità cinesi, che hanno addirittura portato un Paese "amico " come l'India a compiere gli atti di cui sotto (credo per evitare il peggio una volta superato il confine..), contro la Marcia per la libertà dei monaci tibetani.

Per ora, grazie al tg3 per averne parlato, oltrechè alla delegazione radicale presente.

sg

Dhera, India, 13 marzo 2008
• Dichiarazione di Matteo Mecacci, Sergio D’Elia e Marco Perduca, membri della delegazione radicale che partecipa alla marcia iniziata il 10 marzo
Nella giornata di oggi le autorità indiane del distretto di Kangra, nel nord dell’India, hanno prima arrestato e detenuto per 10 ore oltre 100 dei partecipanti alla “Marcia fino in Tibet” – principalmente monache e monaci tibetani – e poi li hanno condannati a 14 giorni di fermo per essersi rifiutati di firmare un impegno a non proseguire la marcia. Sono attualmente nel centro di detenzione di Yateri Niwas.
Se entro i 14 giorni di fermo non sarà sottoscritto tale impegno, i militanti tibetani rischiano fino a 5 anni di carcere in base ad una legge che regola la presenza degli stranieri in India.
Gli arrestati hanno subito intrapreso uno sciopero della fame, a cui ci siamo associati, per vedere garantito il diritto di manifestazione e di continuare la loro “Marcia fino in Tibet”. Nelle prossime ore è possibile che siano prese ulteriori iniziative.
Per questi motivi abbiamo deciso di prolungare la nostra presenza in India per seguire gli sviluppi della lotta nonviolenta dei militanti tibetani




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10 marzo 2008

Buona marcia a D'Elia

grazie al Riformista e a D'Elia, buona marcia per un Tibet libero.

sg


 




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10 marzo 2008

Ipotesi 3

Ci crediamo all'ipotesi 3? Yes, we can

sg 




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10 marzo 2008

Egocentrismo, non individualismo

Non superficiale, come spesso accade, l'editoriale di oggi di G.Ferrara
Condivisibile l'analisi, soprattutto sulla degenerazione in "totalitarismo culturale" dell'egocentrismo, deriva negativa della predisposizione all'individualismo, ma differisco sulle cause.
Non sono stati secondo me "i modelli di vita pervasivi del tempo moderno ad aver destituito di fondamento l'idea, molto laica, che esista qualcosa di separato, di sacro" ma la Chiesa stessa, che ha rimosso l'importanza di elevare i suoi valori ben al di sopra della superficie sciatta di questi tempi, dando spesso per scontato la sua presunta unicità.
sg
 




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8 marzo 2008

Bentornato a Polito, back in orange

Finalmente. Ci è mancato eccome, lui ed il suo Riformista; ora posso tornare a leggere arancione e non più solo di moratoria (..), sinceramente iniziavo ad avere qualche problema di vista e la cultura politica del pd mi pareva un pò sguarnita e sottotono sul panorama editoriale; certamente, non può ancora essere questione di "cucina politica" e delle conseguenti citate "walterpreoccupazioni", ma iniziare dallo speziare un pò questa fase politica del pd che ci auguriamo si realizzi "oltre il socialismo", è pur sempre un utile e necessario viatico.
Bentornato Caro direttore, sinceri auguri di buon lavoro, da un lettore/letterista quasi "fondatore".

sg




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16 febbraio 2008

Contro la povertà

Avanti così

sg




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15 febbraio 2008

Liberal? Yes, se pò fà!

Eh già, nemmeno il tempo di goderci questo pezzo e questo successo autenticamente liberale..che siamo ricaduti sul giustizialismo dei seguaci di Di Pietro (colui che ha portato in Senato, nemmeno 2 anni fa un personaggio come De Gregorio, ndNP).
C'è una morale, in tutto ciò; perso il correntone, si dovrà pur fare delle battaglie culturali con qualcuno, nel Pd.
E la giustizia mi pare proprio un buon argomento, per metterli in minoranza.

Comunque non dimentichiamoci che oraforse,Yes, se pò fà.

sg

p.s.: sul concetto dalemiano, espresso nell'articolo di cui sopra “Vedi, Morando, in politica dire le cose due anni prima del momento in cui vanno dette è come farlo due anni dopo, inutile”.
A vedersi il ritardo nell'aggiornamento della cultura della sinistra, rimanderei D'Alema a ripassare il concetto di lungimiranza..




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6 febbraio 2008

Lo "spirito dell'Ulivo"..

Arturo, tu quoque? Questa volta proprio non lo capisco, che volesse le foglie d'Ulivo più grandi nel simbolo del Pd o semplicemente vuol far aggiungere dei "posti a tavola"?

sg
 




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6 febbraio 2008

Ipse Dixit

 «Come possiamo andare avanti con questi alleati che ci hanno fatto perdere le elezioni del 1996?».

Silvio Berlusconi 25 novembre 2007

p.s.: dimenticavo,
quella volta ha anche confermato che non era stato interpretato male...




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6 febbraio 2008

PD contro Ectoplasmi, palla al centro.

E Ora, lo dica e ci provi anche Berlusconi..
Il Pdl non nasceva
per questo?

sg




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3 febbraio 2008

Pansa docet, allarme dinosauri.

Pansa sul Bestiario di questa settimana si chiede: "Ma quanto può durare la sinistra o il centro-sinistra dei pigri, dei dinosauri addormentati, dei tetri ripetitori di slogan inefficaci, dei fondamentalisti dell'antifascismo rituale?" Penso poco, molto poco. Veltroni se n'è accorto e si è incamminato per la strada opposta. Speriamo che gli isterici della sua parrocchia non gli rompano le gambe, come tentano già di fare.

Condivido l'auspicio, tranne quella risposta "Penso poco, molto poco."

E' già morta da un pezzo, Caro Pansa, ma nelle nostre file abbiamo diversi dinosauri specialisti in rianimazione, seppur (e data l'evidenza della loro confusione mentale/elettorale), in via di estinzione.

sg




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2 febbraio 2008

Carpe Dem

Un grazie a Roberto Giachetti per il suo impegno e per queste belle lezioni bipartisan per dei giovani che hanno a cuore quel one nation party a cui ambisce essere il Pd, linko qui quella di Ferrara che ho letto e apprezzato su "Il Foglio" di ieri e seguirà a breve quella di N.Rossi di ieri.
 
sg
 




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1 febbraio 2008

Rifiuti

Dopo più di un anno nulla è cambiato (un grazie a Repubblica per avercelo ricordato, nonostante altre questioni fossero passate in prima pagina..); con di mezzo la sua di pelle, evidentemente non si diverte. Un altro fallimento del nostro "sistema paese", se mai ne è esistito uno. 
Ma
qualcosa proprio partendo dalla Campania, cambiato lo è eccome, vero Bassolino? Che coincidenza..

sg




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30 gennaio 2008

Marini, intanto per (ri)cominciare..

Un impegno talmente gravoso, che potrebbe aver già trovato una soluzione.
Dopo il
D'Alema sorridente del TG1 di ieri: "ci siamo detti molte cose, diciamo", ce lo si poteva anche immaginare.
A me, comunque, vengono già dei conati di nausea da proporzionale, pensando all'accordo che si prospetta ed immaginando già queste rose bianche (con le spine di ceppaloni, che già conosciamo) posizionate al centro per far oscillare a destra o a manca la bilancia parlamentare dei prossimi anni..
Certo che con quel governicchio all'orizzonte, sarei pronto ad assistere alla giusta fine di questa nostra classe dirigente: la caduta nel ridicolo, almeno per me.
Che Walter ce ne scampi, e cosa mi tocca sperare..ma speriamo che davvero qualcuno si fermi per tempo, di fronte a quelle tentazioni che si delineano sullo scenario politico; senza quella menzionata "larga base parlamentare" (auspici irrealistici del D'Alema pubblico di ieri, quelli realistici sono nei fatti di poco fa..ndNp), ricorrere ad una maggioranza ancora ancorata su 3 senatori sarebbe davvero vergognoso per il centro-(trattino d'obbligo, oggi..ndNP) sinistra, e occorrerà prenderne atto..

Ma dato che forse sto esagerando con timori, sospetti e conati, ora una vera pausa di riflessione me la prendo io.

sg




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22 gennaio 2008

Da statista a capocorrente

La colonna di destra della pag.2 del Foglio del martedì di Lodovico Festa, questa settimana supera di gran lunga quella di sinistra del "sempre verde" ;-), Antonio Polito...la chicca finale? La copio di seguito, dice tutto..

Vedere un caporrente che non riesce a fare il salto da statista non sorprende tanto. Non quanto, almeno, assistere ad uno statista che precipita a puro capocorrente. Anche perchè c'è il rischio che alla fine - per uno scherzo della storia - il ruolo da vero D'Alema riesca a giocarlo fino in fondo quel cazzaro di Walter"

Lodovico Festa da IL FOGLIO 22/1/2008

sg




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21 gennaio 2008

Dalla munnezza ai rinvii a giudizio. Ancora macerie, grazie a tutti

Già, e c'è chi ancora sperava di tenere insieme rifondazione all'udeur (o un altro "centro" che sia), con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.
Una bella astensione farebbe bene nel caso si riprospetti quel disegno.
Ora spero che ci si faccia in tanti un bell'esame di coscienza (me illuso), dalle oligarchie dei partiti (come anche nei media e nei palazzi di giustizia, che ancora una volta segnano la legislatura..), e ci si faccia da parte in massa per ricostruire da sane e necessarie macerie (senza che altre procure o circhi mediatici, sparino nuovamente per velocizzare la dissoluzione in atto).

sg




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20 gennaio 2008

Anche da soli, avanti Walter.

Dopo aver rilanciato il maggioritario, e dopo aver capito che sarà difficile trovare un'intesa in quel senso aprendo al Referendum, non poteva che far seguire questa affermazione "Con qualsiasi sistema elettorale, il PD correrà da solo",
a me pare sia il meglio che si poteva sperare dal Pd (anche grazie alla decisa contrarietà di Berlusconi sulla bozza Bianco, almeno pare) sul tema della riforma elettorale.
Quanto a D'Alema, ogni intervista lo conferma; ormai si è schierato in difesa della vecchia politica, dalla legge proporzionale alla tedesca, fino alla difesa dell'indifendibile accordo "politico" con una certa sinistra o anche con un certo centro minoritario a ridosso delle elezioni, proprio un peccato.
Mai avrei, o mai avevo, pensato di dire: "Meno male che c'è il Walter".

sg




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18 gennaio 2008

Pressioni politiche, quale novità..e chi è senza peccato..

Che tutto ciò avvenga proprio in Campania durante lo scandalo rifiuti, mi lascia pensare. Bassolino non è uno qualunque, amici campani me lo hanno confermato, alla faccia delle pressioni subite..

Oggi scrivo queste due righe solo per linkare
un pezzo che condivido al 100%. 

sg




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17 gennaio 2008

Meditateci anche voi, su questo laicismo

Inutile commentare ulteriormente, non c'era bisogno anche di questo perchè questo "laicume" (ottima definizione di Zincone, se non sbaglio) si rendesse ancor più nauseabondo anche per un non cristiano (almeno per scelta, dal momento che non ho scelto io di essere battezzato, ndNP), come il sottoscritto.
Il
discorso che Benedetto XVI avrebbe voluto (e secondo me comunque potuto, credo) fare, sarebbe stato più che degno.

Ne estrapolo un breve passaggio, una parte su cui chiunque dovrebbe riflettere:

In questo sviluppo si è aperta all’umanità non solo una misura immensa di sapere e di potere; sono cresciuti anche la conoscenza e il riconoscimento dei diritti e della dignità dell’uomo, e di questo possiamo solo essere grati. Ma il cammino dell’uomo non può mai dirsi completato e il pericolo della caduta nella disumanità non è mai semplicemente scongiurato: come lo vediamo nel panorama della storia attuale! Il pericolo del mondo occidentale – per parlare solo di questo – è oggi che l’uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo.

Detto dal punto di vista della struttura dell’università: esiste il pericolo che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo; che la teologia col suo messaggio rivolto alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un gruppo più o meno grande. Se però la ragione – sollecita della sua presunta purezza – diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede (AGGIUNGO IO LA PARENTESI SUCCESSIVA, TROVANDO LA SPECIFICA NON NECESSARIA ndnp)
(cristiana) e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola.

sg




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15 gennaio 2008

La scomparsa dell'interlocutore. V.Foa

Riflettiamoci, mentre discutiamo nei "circoli".

(...) Una caratteristica dell’irrilevanza dei discorsi di oggi è che l’interlocutore non ha più importanza. La parola è un impegno verso qualcuno, verso qualcosa: quando l’interlocutore non è considerato o non c’è, la parola è nel vento. In politica, tanto a destra quanto a sinistra, un caso molto frequente di scomparsa dell’interlocutore è il cosiddetto patto dei governi verso i governati: la concretezza dei soggetti viene meno, non si sa più chi di fatto si assume gli impegni e non si riconoscono le esistenze reali cui ci si rivolge. (..)

E quella sotto, a Prodi e D'Alema per il loro atteggiamento durante la visita in Italia del  Dalai Lama. Punto e a capo.

(...) La memoria è selettiva. Oggi è spesso sanzionatoria, al servizio della politica. Di fronte a un guasto morale, civile, sociale, la cosa più importante è il riconoscimento: il guasto va riconosciuto perché se non lo si riconosce colpisce due volte. (...)

Vittorio Foa da l'Unità 15/1/'08


sg




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13 gennaio 2008

Giustamente, è un partito nuovo.

Di tutto un pò, ma quando alla questione in oggetto il Walter risponde con "l'appartenenza dev'esser una sola: al Partito Democratico" mi sono chiesto se mi faceva più paura il concetto di "appartenza unica", o se comunque avesse ragione lui, come per altro avevo trovato geniale la l'Andrea's version di sabato scorso:

Usi e costumi del partito leggero.
Rosy Bindi e Arturo Parisi riuniscono i loro il 19 gennaio in un convegno su legge elettorale e forma-partito; Dario Franceschini e Beppe Fioroni riuniscono i loro a fine febbraio in un convegno sulla rappresentanza politica e quella sociale; Enrico Morando riunisce i suoi per due giorni a Orvieto, vogliamo immaginare su qualche argomento oltremodo liberale; Ermete Realacci, Massimo Scalia ed Edo Ronchi riuniscono i loro a Roma, per la fine di febbraio, in occasione dell’anniversario del Protocollo di Kyoto; Massimo D’Alema riunisce i suoi il 26 gennaio, in una sala da 1300 posti all’Auditorim del Massimo di Roma, per festeggiare il decennale della fondazione Italianieuropei, titolo: "La Fondazione Italianieuropei nel Pd".
Non potendosi assolutamente parlare di correnti, e ci mancherebbe, per correttezza le si potrebbe chiamare stagnanti


La risposta me l'ha data Follini:
«Io non mi scandalizzo per le correnti. Però deve essere chiaro un punto: questa corsa a strutturare le correnti mentre ancora è in formazione il partito è un rovesciamento logico e politico. Un processo al quale non intendo collaborare».

Nemmeno io.
 
sg





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